Obama torna all’usato sicuro
“Un cambio del personale, non di strategia”. Così Barack Obama ha messo fine al comando del generale Stanley McChrystal in Afghanistan, una scelta che coincide con un nuovo inizio della sua dottrina militare, visto che il suo successore, David Petraeus, è anche il suo maestro, nonché l’architetto della dottrina di counterinsurgency che con una certa difficoltà l’ex comandante delle forze Isaf era riuscito a imporre in un anno di servizio. Leggi il ritratto di Stanley McChrystal scritto da Daniele Raineri

“Un cambio del personale, non di strategia”. Così Barack Obama ha messo fine al comando del generale Stanley McChrystal in Afghanistan, una scelta che coincide con un nuovo inizio della sua dottrina militare, visto che il suo successore, David Petraeus, è anche il suo maestro, nonché l’architetto della dottrina di counterinsurgency che con una certa difficoltà l’ex comandante delle forze Isaf era riuscito a imporre in un anno di servizio. McChrystal paga le dichiarazioni avventate verso il presidente e alcuni alti rappresentanti del governo riportate nell’articolo di Rolling Stone diffuso due giorni fa, parole che “non coincidono con gli standard” richiesti a un uomo di comando, ha spiegato il presidente nel discorso al Rose Garden. Quello che in 48 ore ha scaricato il generale responsabile dello scenario più duro è un Obama decisionista, duro con gli uomini ma saldo nella dottrina militare che ha portato il surge in Afghanistan.
La scelta di Petraeus è l’incarnazione dello scopo fondamentale che bisogna perseguire in Afghanistan: la vittoria. Del resto, ha ripetuto Obama, “la guerra è più grande di un solo uomo”. Il discorso di Obama è arrivato alla fine di una mattina lunare, dove l’agenda è saltata, perché le logiche sono saltate. McChrystal avrebbe dovuto presentarsi alla Casa Bianca alle 11,35 per il consueto meeting sull’Afghanistan in versione “giorno del giudizio” dopo le dichiarazioni incriminate. Il generale è arrivato prima del previsto e alle 9,51 è entrato nello studio ovale per un faccia a faccia con il presidente prima dell’incontro con i vertici militari e diplomatici, compresi il vicepresidente, Joe Biden, l’inviato speciale Richard Holbrooke, l’ambasciatore a Kabul, Karl Eikenberry e il consigliere per la sicurezza nazionale, James Jones, cioè il signor “ciucciamelo”, “l’animale ferito”, “il traditore”e il “pagliaccio”, secondo la traduzione mcchrystaliana riportata nell’articolo di Michael Hastings. A quell’incontro McChrystal non ha mai partecipato, perché ormai l’Obama giudice lo aveva mandato all’inferno. Dopo mezz’ora esatta di colloquio con il presidente, il generale non più a capo delle forze Isaf se n’è andato senza dire nulla. Soltanto allora il gruppo dei vertici ha iniziato una riunione che avrebbe preso il tempo necessario per arrivare a una delle decisioni più importanti della presidenza Obama.
La scelta di licenziare McChrystal è enorme e in questa enormità c’è spazio per i paradossi. Il primo: un freelance al suo primo articolo per il più pop dei magazine riesce nell’impresa in cui i talebani non avevano nemmeno il coraggio di sperare, cioè far fuori il più duro dei generali a disposizione dell’America e dell’intera alleanza. Ci sono voluti tempo e fatica perché McChrystal convincesse la Casa Bianca che la sua dottrina era la migliore, e forse anche l’unica, per vincere in Afghanistan. Una dottrina dura, strutturalmente resistente alle scadenze per il ritiro delle truppe, perché per vincere bisogna valutare le condizioni, non programmare ritiri dei soldati da Washington. Una versione afghana della counterinsurgency architettata dal generale Petraeus con il surge in Iraq, in cui McChrystal recitava ancora la parte dell’eroe oscuro.
Il secondo paradosso è il richiamo di Petraeus, generale universalmente apprezzato per il lavoro in Iraq e poi al Centcom ma comunque uomo dell’era Bush. Per garantire continuità alla dottrina sull’Afghanistan, Obama si è rivolto direttamente all’auctoritas in materia, uno che sul campo sbaglia tanto quanto parla: poco. Si realizza così metà della profezia dell’intellettuale neocon Bill Kristol, che due giorni fa ha suggerito di affidare l’Afghanistan alla mitica coppia David Petraeus e Ryan Crocker, l’ex ambasciatore a Baghdad. Programma troppo vasto anche per la versione decisionista di Obama, che a quel punto dovrebbe richiamare in servizio anche George W. Bush.
La scelta di Petraeus è l’incarnazione dello scopo fondamentale che bisogna perseguire in Afghanistan: la vittoria. Del resto, ha ripetuto Obama, “la guerra è più grande di un solo uomo”. Il discorso di Obama è arrivato alla fine di una mattina lunare, dove l’agenda è saltata, perché le logiche sono saltate. McChrystal avrebbe dovuto presentarsi alla Casa Bianca alle 11,35 per il consueto meeting sull’Afghanistan in versione “giorno del giudizio” dopo le dichiarazioni incriminate. Il generale è arrivato prima del previsto e alle 9,51 è entrato nello studio ovale per un faccia a faccia con il presidente prima dell’incontro con i vertici militari e diplomatici, compresi il vicepresidente, Joe Biden, l’inviato speciale Richard Holbrooke, l’ambasciatore a Kabul, Karl Eikenberry e il consigliere per la sicurezza nazionale, James Jones, cioè il signor “ciucciamelo”, “l’animale ferito”, “il traditore”e il “pagliaccio”, secondo la traduzione mcchrystaliana riportata nell’articolo di Michael Hastings. A quell’incontro McChrystal non ha mai partecipato, perché ormai l’Obama giudice lo aveva mandato all’inferno. Dopo mezz’ora esatta di colloquio con il presidente, il generale non più a capo delle forze Isaf se n’è andato senza dire nulla. Soltanto allora il gruppo dei vertici ha iniziato una riunione che avrebbe preso il tempo necessario per arrivare a una delle decisioni più importanti della presidenza Obama.
La scelta di licenziare McChrystal è enorme e in questa enormità c’è spazio per i paradossi. Il primo: un freelance al suo primo articolo per il più pop dei magazine riesce nell’impresa in cui i talebani non avevano nemmeno il coraggio di sperare, cioè far fuori il più duro dei generali a disposizione dell’America e dell’intera alleanza. Ci sono voluti tempo e fatica perché McChrystal convincesse la Casa Bianca che la sua dottrina era la migliore, e forse anche l’unica, per vincere in Afghanistan. Una dottrina dura, strutturalmente resistente alle scadenze per il ritiro delle truppe, perché per vincere bisogna valutare le condizioni, non programmare ritiri dei soldati da Washington. Una versione afghana della counterinsurgency architettata dal generale Petraeus con il surge in Iraq, in cui McChrystal recitava ancora la parte dell’eroe oscuro.
Il secondo paradosso è il richiamo di Petraeus, generale universalmente apprezzato per il lavoro in Iraq e poi al Centcom ma comunque uomo dell’era Bush. Per garantire continuità alla dottrina sull’Afghanistan, Obama si è rivolto direttamente all’auctoritas in materia, uno che sul campo sbaglia tanto quanto parla: poco. Si realizza così metà della profezia dell’intellettuale neocon Bill Kristol, che due giorni fa ha suggerito di affidare l’Afghanistan alla mitica coppia David Petraeus e Ryan Crocker, l’ex ambasciatore a Baghdad. Programma troppo vasto anche per la versione decisionista di Obama, che a quel punto dovrebbe richiamare in servizio anche George W. Bush.
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